Il mondo del calcio ha perso oggi uno dei suoi padri più nobili e brillanti. Mircea Lucescu si è spento la sera del 7 aprile 2026, all'età di 80 anni, presso l'Ospedale Universitario di Bucarest. Il cuore del "Maestro", o meglio de "Il Luce" come veniva affettuosamente chiamato da decenni, non ha retto dopo i gravi problemi cardiaci e l'infarto che lo avevano colpito nei giorni scorsi. Un malore occorsogli al rientro dalla sua ultima e sofferta battaglia sportiva sulla panchina della Romania, sconfitta dalla Turchia nei playoff per l'accesso ai Mondiali 2026.
Se ne va una vera e propria leggenda della panchina. I numeri, da soli, basterebbero a inquadrare la spropositata grandezza di Lucescu: con 35 trofei ufficiali conquistati in carriera (c'è chi ne conta fino a 37 considerando le coppe minori), lascia il mondo terreno sedendosi sul gradino più basso del podio nell'Olimpo degli allenatori più titolati di sempre. Davanti a lui, in tutta la storia calcistica, soltanto due miti assoluti come Sir Alex Ferguson e Pep Guardiola.
Per noi italiani, Lucescu ha rappresentato molto più di un semplice allenatore in transito. È stato un innovatore e uno scopritore di talenti. Arrivato nel nostro Paese all'inizio degli anni '90 per guidare il Pisa, è stato a Brescia che ha costruito il suo indimenticabile capolavoro italiano. Il "Brescia romeno", infarcito di talenti purissimi come Gheorghe Hagi, Florin Răducioiu, Dănuț Lupu e Ioan Sabău, incantò per la qualità del gioco, conquistando promozioni e trionfando nel Torneo Anglo-Italiano del 1994, espugnando il prato verde di Wembley. In Italia guidò anche la Reggiana e, nella burrascosa stagione 1998-99, venne chiamato da Massimo Moratti per cercare di dare un senso tattico alla difficile e stellare panchina dell'Inter di Ronaldo "Il Fenomeno" e Roberto Baggio.
Ma è nell'Europa Orientale che Lucescu si è consacrato come un vero e proprio "Re Mida" del pallone. L'apice assoluto della sua epopea è legato allo Shakhtar Donetsk. Arrivato in Ucraina nel 2004, ha trasformato una buona squadra locale in una corazzata temuta in tutto il continente, vincendo otto campionati e, soprattutto, una storica Coppa UEFA nel 2009. La sua strategia, tanto semplice quanto geniale, ha fatto scuola: solidità esteuropea in difesa e fantasia brasiliana in attacco. È stato lui a svezzare ed elevare a campioni di livello mondiale giocatori come Fernandinho, Willian, Douglas Costa, Henrikh Mkhitaryan e Luiz Adriano.
In Turchia ha vinto ovunque: ha riportato il campionato al Galatasaray, trascinandolo anche alla conquista della Supercoppa Europea nel 2000 contro il Real Madrid, per poi ripetersi sull'altra sponda del Bosforo, vincendo il titolo con il Beşiktaş. E persino in tarda età, spinto da una passione inesauribile, ha avuto il coraggio di accettare la panchina della Dinamo Kiev – acerrima rivale del suo Shakhtar – vincendo il titolo ucraino prima che la guerra stravolgesse i confini e le vite di tutti.
Prima di insegnare calcio, lo aveva giocato, e divinamente. Da centrocampista talentuoso fu capitano della Romania ai Mondiali di Messico '70, e incrociò i tacchetti con avversari del calibro di Pelé. Da giovane allenatore, il suo primo grande "miracolo" risale alla guida della nazionale del suo Paese, qualificata a Euro 1984 eliminando l'Italia campione del mondo di Bearzot.
Lucescu non è mai stato soltanto un tattico sopraffino. Era un uomo di profonda cultura, un poliglotta capace di parlare correntemente sette lingue, che consigliava ai suoi giocatori non solo come posizionarsi in campo, ma di leggere, di studiare e di andare a teatro. "Il calcio non si gioca solo con i piedi, ma prima di tutto con la testa", ripeteva spesso ai suoi ragazzi. E lui, di testa, era sempre un passo avanti agli altri.
Oggi il calcio internazionale perde non solo un tecnico straordinariamente vincente, ma un "signore" d'altri tempi. Un patriarca illuminato che ha saputo far innamorare intere generazioni di tifosi, da Bucarest a Istanbul, passando per Brescia e Donetsk. Addio, Maestro Mircea. Che la terra ti sia lieve.
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