Ariedo Braida, storico direttore sportivo del Milan e oggi vicepresidente del Ravenna, ha rilasciato un'ampia intervista al Messaggero Veneto in occasione del match tra Udinese e Milan, una sfida che per lui assume un sapore particolarmente sentimentale. Le sue parole spaziano dalla situazione tecnica e di mercato del club rossonero al valore del modello Udinese, fino alle riflessioni più ampie sulla crisi strutturale del calcio italiano.
Braida non nasconde le difficoltà che attraversa il Milan sul piano del gioco e dei risultati. A suo avviso, il problema non è soltanto contingente ma richiede un intervento strutturale: «La squadra deve essere modificata tatticamente, è evidente. Bisogna correre ai ripari adesso, in vista della prossima stagione, se il Milan vorrà tornare competitivo in Italia e in Europa».
Un segnale eloquente, secondo l'ex dirigente rossonero, arriva proprio dalle voci di mercato: «Se pensiamo che considerano Lewandowski, capiamo bene la situazione». Un riferimento che la dice lunga sulle carenze nel reparto offensivo e sulla necessità di innesti di primissimo piano. E sulla selettività del club milanese, Braida è lapidario: «Il Milan è un punto d'arrivo per pochi, non per tutti. Se non dimostri di essere all'altezza, riparti presto verso altri lidi».
Tutt'altro registro quando il discorso si sposta sull'Udinese e sulla famiglia Pozzo. Per Braida, il club friulano rappresenta un caso virtuoso nell'intero panorama del calcio italiano: «I Pozzo hanno creato una magia chiamata Udinese, sono un esempio per tutto il calcio italiano chiamato a uscire dalla crisi».
Un giudizio che si estende anche alla questione societaria: la scorsa estate il club era stato accostato a una possibile cessione della maggioranza a un fondo d'investimento americano. Braida, che con il presidente Gianpaolo Pozzo ha un rapporto di lunga data, si è espresso con chiarezza: «Gianpaolo Pozzo sa cosa penso della loro gestione, ho la confidenza per dirgli che deve tenere la società. Per venderla a chi, poi? Chi ha avuto la sua passione, negli ultimi quarant'anni? Sono eccellenza e orgoglio del Friuli: capisco che ci sono i quattrini di mezzo, poi».
Braida si è soffermato anche su alcuni protagonisti della rosa bianconera. Su Keinan Davis, centravanti di fisicità imponente, il giudizio è netto: «Potenza notevole, trovare oggi punte di questo spessore è difficile, credetemi: devi girare per pescare qualcuno così». Parole che attestano quanto sia raro, nel calcio contemporaneo, imbattersi in un attaccante dalle caratteristiche così marcate.
Ancora più personale il commento su Nicolò Zaniolo, con il quale Braida ha condiviso una trattativa sfumata in passato: «Lo conosco molto bene, sono stato a un passo a portarlo al Barcellona: è passato del tempo, ma desidero dirgli di non sprecare più il suo talento». Un messaggio diretto, quasi paterno, rivolto a un calciatore che ha alternato lampi di classe assoluta a stagioni condizionate da infortuni e discontinuità.
La crisi del calcio italiano: idee e uomini di spessore
Non poteva mancare una riflessione sulla Nazionale italiana, esclusa per la terza volta dai Mondiali. Per Braida, il nodo centrale non riguarda la presenza di calciatori stranieri nei club di Serie A, bensì la scarsità di italiani che trovano spazio e continuità: «Nessuno ha la bacchetta magica, il problema del nostro campionato non sono gli stranieri ma i pochi italiani che giocano».
La sua proposta è strutturale e di lungo respiro: «Proporrei una scuola per istruttori di calcio permanente, preparando gli insegnanti a istruire gli allievi. Una base indispensabile, costruendo poi accademie e centri di formazione come proposto dal compianto presidente Tavecchio». Un modello che guarda alla base del sistema, puntando sulla qualità della formazione prima ancora che dei risultati immediati.
Per realizzarlo, servono figure di riferimento credibili: «Servono idee e uomini di spessore, come ha fatto la FIFA che ha acquisito Arsene Wenger. Ex giocatori di alto livello come Paolo Maldini o Alessandro Del Piero sarebbero dei grandi competenti». Nomi pesanti, portatori di autorevolezza tecnica e simbolica, capaci di restituire credibilità a un sistema che ne ha bisogno.
Sul nome del commissario tecnico, infine, Braida non si sbilancia più di tanto, ma il riferimento ad Antonio Conte — che si è di fatto autocandidato pubblicamente — è diretto: «Non ha bisogno di essere presentato. Tornando da ct farebbe pesare il fatto di essere un allenatore importante e di alto livello».
Un'intervista a tutto campo, quella di Braida, che fotografa con lucidità le contraddizioni e le potenzialità del calcio italiano: da un lato una grande come il Milan alla ricerca di una nuova identità, dall'altro una realtà come l'Udinese che continua a rappresentare, silenziosamente, un modello di gestione virtuosa.
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