Carmine Parlato ha impresso una svolta decisiva alla stagione della Spal, rianimando una squadra che sembrava aver smarrito la propria identità. Con il carisma di chi ha già ottenuto cinque promozioni dalla D alla C, il tecnico ha saputo risollevare l'orgoglio biancazzurro, portando il gruppo a ridosso del vertice e proiettandolo verso una corsa playoff che profuma di impresa sportiva.
Le radici del mister affondano nel cuore di Napoli, in un contesto che lo ha forgiato profondamente. «Sono di Napoli, cresciuto tra le strade di Secondigliano, un quartiere che purtroppo viene spesso associato a fatti di cronaca poco piacevoli. Me ne sono andato a 13 anni per rincorrere il sogno di giocare a pallone, ma quella è sempre stata casa mia. Il legame con Napoli è fortissimo: i miei fratelli e mia sorella abitano lì e tutta Secondigliano tifa per me. Quel quartiere mi ha formato come uomo. Da ragazzino? Qualche marachella l'ho fatta pure io, ma non ho mai oltrepassato il limite. Anzi, lì ho imparato cosa significasse il rispetto verso gli altri e altre qualità tipiche della nostra gente, sempre pronta a dare qualunque cosa senza chiedere nulla in cambio».
Il debutto nel grande calcio avvenne con la maglia del Campobasso, in una sfida leggendaria che resta impressa nella sua memoria come un momento di puro stupore sportivo. «Ho effettuato la trafila nel settore giovanile, fino al debutto in prima squadra che non dimenticherò mai. Era l’agosto 1988 e giocammo in Coppa Italia contro il Milan di Sacchi. Non mi accorsi nemmeno di essere stato chiamato in causa per la partita: fu una sorpresa assoluta. Nel primo tempo, dalla mia parte avevo di fronte Donadoni e nella ripresa Gullit che segnò una doppietta. Non vidi mai la palla… Era un Milan fantastico, con Maldini, Baresi, i tre olandesi e tanti altri campioni, era la squadra più forte del mondo e me la ritrovai di fronte all’esordio. Finì 1-3, però per la nostra squadra fu una grande gioia riuscire a segnare un gol».
Un altro ricordo indelebile della sua carriera è legato a Carolina Morace, pioniera del calcio femminile in panchina, con la quale condivise un'esperienza professionale unica alla Viterbese. «Ci tengo molto a ricordare di essere stato il capitano della Viterbese guidata da Carolina, prima donna in Italia ad allenare una squadra professionistica maschile. Negli anni ci siamo sempre tenuti in contatto: la stimiamo molto, un onore aver lavorato con lei».
Nonostante i numerosi successi nei campionati dilettantistici, Parlato mantiene un approccio umile e pragmatico verso la sua carriera e la sua evoluzione tattica. «Evidentemente è quello che ho meritato di fare. Vincere non è facile in nessuna categoria, soprattutto in D, quindi mi tengo stretti quei successi. Nel corso della carriera sono sempre stato chiamato per centrare le promozioni, questo non può che farmi piacere. Tra vincere e giocare bene, scelgo sempre la prima opzione. Allegri e Mourinho sono allenatori che mi hanno sempre ispirato: cerco sempre di tenermi aggiornato, il calcio sta cambiando, ma certe linee guida fanno parte della mia storia, le porterò con me sempre».
Il suo calcio parte dalla solidità, un principio che ha saputo trasmettere anche a Ferrara per rimettere in piedi una stagione complicata. «Nel calcio bisogna vincere, ma non devo perdere. Da ex difensore so bene che quando si imbarca acqua prendendo gol con facilità, difficilmente si vince. Per costruire una squadra vincente bisogna partire dalla retroguardia, poi il resto. E i gol arrivano di conseguenza».
Il legame con le piazze calde è una costante della sua vita, come dimostra il ricordo della promozione ottenuta a Padova, città che è diventata il suo porto sicuro. «Padova mi ha adottato: ho giocato da calciatore, è la città di mia moglie e delle mie figlie, quella in cui vivo da oltre 30 anni. È stata una bellissima cavalcata, sono orgoglioso di aver tagliato quel traguardo».
Infine, il tecnico si concentra sul presente e sul calore ricevuto dalla tifoseria spallina, un elemento che considera fondamentale per la volata finale. «Ho fatto capire ai ragazzi che era normale che i tifosi avessero aspettative elevate: erano abituati a vedere la A. Ma la cosa più bella è che trattano i nostri atleti di Eccellenza allo stesso modo. Sono riuscito ad entrare nella testa dei giocatori facendogli capire l’opportunità che hanno tra le mani. Ora non resta che completare l’opera. Quello striscione per me in curva Ovest mi ha fatto riflettere e soprattutto mi ha commosso: resterà un ricordo indelebile per tutta la vita, a prescindere da come andranno le cose».
Il futuro resta un libro aperto, ma la volontà di proseguire il cammino intrapreso a Ferrara appare chiara e condivisa. «Continuare a lavorare con impegno, umiltà e lucidità. Non so come finirà, ma ce la metteremo tutta per regalare la D. Io? Sono concentrato totalmente sui playoff. Una chiacchierata con la società l’abbiamo fatta, da entrambe le parti c’è una disponibilità di massima per continuare il percorso insieme».
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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