Domenica sera, ore 20:45. Lo Stadio Diego Armando Maradona sarà il teatro di un paradosso sentimentale, prima ancora che sportivo. Da una parte il Napoli di Antonio Conte, dall’altra la Juventus di Luciano Spalletti. Un incrocio di destini che sembra scritto da uno sceneggiatore sadico, deciso a testare la tenuta nervosa delle due tifoserie.
Per Luciano Spalletti sarà la prima volta da avversario nel tempio che lo ha consacrato imperatore, l’uomo capace di cucire sul petto di Napoli quel tricolore atteso per trentatré lunghi anni. Sul braccio sinistro, Spalletti porta indelebile il marchio di quella vittoria: un tatuaggio che celebrava un’unione che sembrava eterna. Ma domenica, quel braccio darà indicazioni per battere il Napoli. E allora la domanda che rimbalza dai Quartieri Spagnoli a Fuorigrotta è una sola: come lo accoglieranno?
La risposta, probabilmente, giace in una riflessione più ampia, che va oltre i fischi o gli applausi, e tocca la semantica stessa del nostro calcio.
Viviamo in un'epoca in cui il termine "professionista" è diventato un paravento, una parola abusata e logora, utilizzata come scudo per giustificare ogni scelta, anche la più stridente. Ci hanno insegnato che essere professionisti significa andare dove ti porta il bonifico, che il mercato non ha cuore e che la maglia è solo un tessuto tecnico intercambiabile. Ma è davvero così?
Essere un professionista, nella sua accezione più pura, significa esercitare un mestiere con competenza. L'allenatore è, per definizione, un professionista. Ma questo status non dovrebbe escludere l'etica. Si può essere professionisti e avere dei valori, oppure si può essere professionisti e basta. La narrazione moderna tende a confondere il professionismo con il mercenarismo, legittimando la corsa al miglior offerente come unica via percorribile.
Eppure, proprio Luciano Spalletti, in tempi non sospetti, ci regalò una perla di saggezza popolare e brutale onestà: chi ha la "bistecca assicurata", chi non deve preoccuparsi di arrivare a fine mese, ha il lusso — e forse il dovere — di potersi permettere il rispetto. Il rispetto per la storia, per i legami, per le promesse tacite fatte a un popolo.
Guardiamo le panchine di domenica. Antonio Conte, bandiera bianconera, ha scelto di allenare l’Inter — acerrima nemica — e ora il Napoli. Una scelta legittima, lavorativamente ineccepibile. Conte è un professionista? Certamente. È un vincente? Indubbiamente. Ma non parlateci di valori identitari. José Mourinho, con la sua sfrontatezza, ha dichiarato che non allenerà mai Milan o Lazio per rispetto alle sue storie passate. Se manterrà la parola, dimostrerà che si può vincere senza vendere l'anima sportiva al miglior offerente.
E poi c'è Spalletti. Dopo il tatuaggio, dopo le conferenze stampa che sembravano omelie d'amore, dopo le apparizioni televisive e le pagine del suo libro, vederlo sulla panchina della Juventus — la rivale storica per eccellenza del Napoli — ha il sapore amaro dell'incoerenza. Sarebbe stato amato in eterno se avesse fatto una scelta di cuore.
La triste realtà è che il calcio è orfano di figure come Gigi Riva. "Rombo di Tuono" disse no alla Juventus, e non solo, pur di non tradire l'amore viscerale del popolo sardo. Rinunciò a soldi, a vetrine internazionali, a trofei quasi certi. Era un professionista, Riva? Lo era immensamente più di chi oggi cambia casacca con la frequenza con cui si cambia un abito.
Conte e Spalletti sono eccellenti allenatori, forse i migliori sulla piazza. Ma Gigi Riva era un Uomo, prima ancora che un professionista. E la differenza, domenica sera, si sentirà tutta. Non nel risultato, ma in quel vuoto di valori che nessun tatuaggio potrà mai riempire.
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