Centosessantadue squadre, nove gironi, grandi città e piccoli centri. La Serie D non finisce mai sui giornali per i grandi colpi di mercato né per i contratti milionari, eppure rappresenta qualcosa che nessun altro livello del calcio italiano riesce a incarnare con la stessa intensità: il punto in cui la passione popolare si trasforma in competizione vera, e dove i giovani talenti trovano la prima vera prova del fuoco. A raccontarlo - in una lunga intervista ai colleghi di Fanpage - è Luigi Barbiero, Coordinatore del Dipartimento Interregionale della Lega Nazionale Dilettanti, voce autorevole di un mondo che conosce dall'interno.
Nel dibattito ricorrente sul declino del calcio italiano, si tende spesso a guardare verso l'alto — alle grandi squadre, ai campionati europei, alle nazionali — dimenticando che la filiera del talento comincia molto più in basso. La Serie D, in questo senso, svolge una funzione che Barbiero definisce senza esitazioni essenziale.
"Il campionato di Serie D dà la possibilità ai giovani di potersi misurare in una competizione importante, una competizione che vede 162 squadre, nove gironi, grandi piazze e piccoli centri. È un campionato importante con uno sviluppo che prevede l'ottenimento della promozione e il mantenimento della categoria, ma soprattutto permette a tutti i ragazzi di potersi mettere in mostra di fronte a un campionato agonisticamente molto valido e tecnicamente importante".
I numeri confermano questa lettura. Dal monitoraggio condotto dal Dipartimento Interregionale sulle rose delle società di Serie D emerge che, dal 2003 — anno di entrata in vigore del decreto sui tesserati relativo all'utilizzo di calciatori under — la percentuale media di giocatori italiani under impiegati nel campionato è pari al 95,2%, con soltanto il 4,8% di calciatori stranieri. Un dato che racconta una realtà spesso ignorata: la Serie D è, nei fatti, uno dei principali incubatori del calcio giovanile italiano.
A confermare questa tendenza c'è anche il percorso della rappresentativa Under 18 del Dipartimento Interregionale, che ogni anno partecipa al torneo di Viareggio. Per costruire la selezione vengono organizzati tre raduni territoriali e tre raduni con amichevoli contro squadre giovanili di pari livello o formazioni Primavera di Serie A. Un lavoro di scouting sistematico che ha prodotto risultati concreti: 19 calciatori monitorati durante i raduni e tesserati con società di Serie D sono stati successivamente trasferiti a club di Serie A, mentre altri otto hanno compiuto il salto verso Serie B e Serie C.
Tra i casi più emblematici citati da Barbiero c'è quello di Fallou Cham, che dopo il passaggio dal calcio dilettantistico ha esordito in Serie A trovando spazio in modo stabile nel Verona.
Se sul piano tecnico e formativo la Serie D dimostra una vitalità spesso sottostimata, sul fronte economico le sfide restano considerevoli. I club operano con risorse limitate, in un contesto in cui la riforma del lavoro sportivo ha profondamente cambiato le regole del gioco, imponendo obblighi contrattuali, previdenziali e fiscali che richiedono strutture organizzative sempre più strutturate.
"La riforma del lavoro sportivo ha imposto drasticamente una trasformazione e soprattutto la necessità di un'organizzazione, una struttura diversa, perché nel momento in cui si sottoscrive un contratto si parla di un elemento essenziale che vincola le due parti: il calciatore a svolgere la propria attività sportiva e il presidente che deve corrispondere un compenso per questa attività".
Un cambiamento che ha messo alla prova molte società, ma che ha anche accelerato un processo di professionalizzazione della governance. "Il livello delle nostre società a livello organizzativo era già ottimale e discreto ma si è dovuto repentinamente adeguare con le figure che sono necessarie in questo momento perché una società di serie D con un budget importante non può sicuramente affidarsi a gente che non conosce la materia, che non conosce la materia previdenziale, che non conosce purtroppo la materia fiscale".
Uno degli interventi più significativi degli ultimi anni riguarda il sistema di verifica del pagamento dei compensi ai tesserati. Un tema delicato, che in passato aveva generato situazioni di irregolarità difficili da gestire.
Per farvi fronte, il Dipartimento ha introdotto un meccanismo di controllo progressivamente rafforzato. Inizialmente su base annuale, la verifica è diventata semestrale: le società, per ottenere l'autorizzazione all'iscrizione al campionato, devono depositare le dichiarazioni liberatorie dei propri tesserati, attestanti l'avvenuto pagamento dei compensi.
Da quest'anno il sistema è stato ulteriormente inasprito con un doppio controllo. I club che in estate non avevano presentato le liberatorie o non erano in regola — e che hanno dovuto ricorrere alla Covisoc per ottenere il via libera — hanno ricevuto una penalizzazione di due punti in classifica. Un secondo controllo è stato poi effettuato al 31 maggio, con il deposito delle liberatorie relative ai compensi corrisposti fino al 31 dicembre: il 98% dei club ha adempiuto regolarmente, mentre i restanti sono stati segnalati alla Procura Federale per i procedimenti disciplinari del caso.
Un percorso durato sei anni, che ha trasformato in modo sostanziale la cultura della correttezza gestionale all'interno del campionato.
Sul fronte delle risorse, la Serie D sconta storicamente una condizione di marginalità rispetto agli altri campionati. Barbiero non lo nasconde, ma indica anche gli strumenti messi in campo per incentivare comportamenti virtuosi.
"Il campionato di Serie D è l'unico campionato che gode di pochissime risorse, noi siamo in grado di poter premiare le società virtuose che utilizzano non solo gli under obbligatori, ma utilizzano under sotto età o nel numero superiore a quello dell'obbligatorietà attraverso il concorso giovani di valore che ci permette di distribuire per ogni girone una discreta somma di denaro".
Un meccanismo pensato per andare oltre il mero rispetto delle norme, spingendo i club a investire concretamente sui giovani piuttosto che limitarsi al minimo richiesto.
C'è infine una questione di metodo che Barbiero tiene a sottolineare, e che riguarda il rapporto tra chi governa il campionato e le realtà che lo compongono. In un sistema dove le difficoltà quotidiane dei club sono molteplici e spesso invisibili dall'esterno, la vicinanza della struttura federale non è un dettaglio secondario.
"Io credo che il compito del dirigente federale sia quello di essere sempre a disposizione delle società nei limiti del possibile e soprattutto nei limiti delle rispettive competenze, perché oggi noi, ripeto, una società di serie D, ha una serie di problematiche pre attività agonistica e poi quelle dell'attività agonistica, e far conciliare le due cose non è stato semplice".
Una filosofia che riflette la natura stessa della Serie D: un campionato che non può permettersi il distacco delle grandi strutture, e che funziona proprio perché chi lo amministra conosce i problemi di chi lo vive ogni giorno.
In un calcio italiano che fatica a ritrovare identità e continuità di risultati ai vertici del professionismo, la Serie D continua a fare il proprio lavoro in silenzio: formare, selezionare, valorizzare. Non sempre con i riflettori puntati, ma con una coerenza che pochi altri livelli del sistema possono vantare.
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