Il presidente del Pescara, Daniele Sebastiani, ha rilasciato dichiarazioni significative in vista della sfida contro il Palermo, soffermandosi in particolare sulla situazione di Giacomo Corona, giovane attaccante classe 2004 dei rosanero che il club abruzzese ha corteggiato insistentemente nelle ultime due sessioni di mercato.
La questione Corona rappresenta un caso emblematico del rapporto tra ambizioni sportive delle società e necessità di crescita dei giovani talenti. Il giocatore, nonostante l'interesse concreto manifestato dal Pescara sia durante la finestra estiva che in quella di gennaio, è rimasto in rosa al Palermo senza però trovare significativo spazio in campo. I numeri parlano chiaro: appena 118 minuti distribuiti in 10 presenze nella Serie B, un minutaggio che solleva interrogativi sulla gestione del giovane attaccante da parte della formazione guidata da Inzaghi.
Sebastiani ha analizzato la vicenda con lucidità, evidenziando le motivazioni che hanno spinto il Palermo a trattenere il giocatore. "Il Palermo lotta per la vittoria finale e ha voluto giocarsi la possibilità di tenersi un giocatore in più. Nell'ottica della sua crescita forse Corona avrebbe fatto bene a fare come Desplanches, che venendo da noi ha fatto le sue partite da titolare prima dell'infortunio", ha dichiarato il presidente abruzzese in un'intervista a Ilovepalermocalcio.it.
Il riferimento a Desplanches non è casuale. Il portiere, dopo il trasferimento al Pescara, ha trovato continuità come titolare prima di essere fermato da un infortunio, un percorso che avrebbe potuto rappresentare anche per Corona un'opportunità preziosa per accumulare esperienza e minuti sul campo.
Ma Sebastiani ha voluto ampliare il discorso oltre il singolo caso, toccando una questione che riguarda l'intero movimento calcistico italiano. "Spesso in Italia ci lamentiamo che i giovani non giocano. Per me, se sono bravi, devono trovare spazio. Ma questo ragionamento va al di là della situazione di Corona. In altri Paesi, alla sua età, sei quasi considerato un vecchio", ha proseguito il numero uno del Pescara, evidenziando un problema strutturale del calcio nazionale.
La riflessione del dirigente abruzzese tocca un nervo scoperto del sistema calcistico italiano, storicamente accusato di non garantire sufficienti opportunità ai giovani talenti. Il paragone con altri contesti europei è impietoso: mentre in Italia un ventenne viene ancora considerato un prospetto da far crescere con cautela, in altre realtà calcistiche internazionali un giocatore della stessa età è già valutato come un professionista maturo, con diverse stagioni di esperienza alle spalle.
Sebastiani ha poi concluso il suo intervento con una considerazione che assume i toni di un vero e proprio appello agli addetti ai lavori. "Posso dire che, se fossi un procuratore, pretenderei che il mio assistito avesse spazio o che gli venisse data la possibilità di trovarlo altrove", ha affermato il presidente pescarese, mettendosi idealmente nei panni di chi deve tutelare gli interessi e soprattutto la carriera di un giovane calciatore.
Le parole del numero uno del Pescara sollevano questioni rilevanti sulla gestione dei giovani talenti nel calcio professionistico. Da un lato ci sono le legittime esigenze delle società che, impegnate in campionati competitivi e con obiettivi ambiziosi, preferiscono mantenere rose ampie per fronteggiare imprevisti e rotazioni. Dall'altro lato emerge la necessità primaria per un giovane calciatore di accumulare minuti, esperienza e fiducia sul campo, elementi indispensabili per la crescita professionale e tecnica.
Il caso Corona diventa così paradigmatico di un dilemma che attraversa tutto il calcio italiano: come conciliare le ambizioni immediate delle squadre con lo sviluppo a lungo termine dei talenti emergenti. Una questione che non riguarda solo il figlio d'arte rosanero, ma un'intera generazione di giovani calciatori che rischiano di vedere rallentata la propria carriera in attesa di opportunità che potrebbero arrivare troppo tardi.
La sfida tra Pescara e Palermo, al di là del risultato sul campo, porta quindi con sé un dibattito più ampio sul futuro del calcio italiano e sulla capacità del sistema di valorizzare le proprie risorse più giovani, garantendo loro quel percorso di crescita graduale ma costante che altri campionati europei sembrano saper gestire con maggiore efficacia.
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