Il fallimento della Nazionale, le incertezze sul futuro della governance federale e il nodo infrastrutturale che rischia di declassare definitivamente il nostro movimento nel panorama europeo. Il calcio italiano sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia recente, stretto tra la necessità di una rifondazione totale e le lentezze di un sistema che fatica a rinnovarsi.
Mentre nel "totonomi" per il post-Gravina emerge con forza la candidatura di Giovanni Malagò, resta il dubbio se un semplice cambio al vertice possa bastare senza una visione programmatica di lungo periodo. Dalla gestione dei vivai dopo l'abolizione del vincolo sportivo alla sostenibilità economica, passando per il gap infrastrutturale che mette a rischio anche l'organizzazione di EURO 2032, le sfide sul tavolo sono molteplici e complesse.
Per fare chiarezza su questi temi e analizzare le possibili soluzioni dal punto di vista normativo e strategico, la redazione di NotiziarioCalcio.com ha interpellato l’avv. Antonio Carmine Zoccali, stimato esperto di diritto sportivo. Con lui abbiamo esplorato i limiti del sistema attuale, l'efficacia del modello delle "seconde squadre" e le prospettive di una giustizia sportiva sempre in bilico tra celerità e garanzie difensive.
Da professionista del settore, all’indomani dell’ennesima disfatta della nostra nazionale, qual è il suo punto di vista rispetto alla crisi che stiamo vivendo e alle tante soluzioni proposte per il dopo Gravina? Sembra forte la candidatura di Giovanni Malagò oggi
«Ritengo, innanzitutto, che non esistano ricette semplici per problemi complessi. Da giorni, fioccano analisi e commenti di ogni tipo che a mio avviso peccano proprio di questa considerazione generale. Non è solo un problema di leadership. Posto che non mi appassiona in genere il totonomi. Bisogna partire dai programmi. Accanto a ogni candidatura o autocandidatura alla presidenza che si rincorre in questi giorni, mi piacerebbe leggere già delle proposte concrete per rilanciare il nostro calcio».
In effetti i documenti programmatici che accompagnano le candidature alla presidenza federale sono sempre vaghi
«Sì, illustrano di solito solo una visione generale per il successivo quadriennio. Oggi abbiamo bisogno di idee forti e coraggiose tradotte in obiettivi chiari e realistici, con tempistiche ben definite. Si capirà subito dalla lettura dei nuovi documenti programmatici se ci troveremo dinanzi all’ennesima candidatura gattopardesca o meno».
A suo avviso, da cosa si dovrebbe ripartire?
«Dalle infrastrutture. Si perderebbe altrimenti tutto il resto che di buono e di nuovo potrà essere fatto. La riforma dei campionati, il rinnovamento dei settori giovanili, l’esaltazione del talento italiano tramite diverse metodologie di allenamento ecc., risulterebbero inefficaci alla lunga senza adeguati investimenti infrastrutturali. Gli stadi moderni non sono solo luoghi sportivi, ma asset economici strategici. La maggior parte degli stadi italiani ha oltre 60 anni, l’intero nostro panorama infrastrutturale è notevolmente arretrato rispetto ai principali campionati europei, come la Premier, la Liga o la Bundesliga. Non solo. Spesso gli stadi sono di proprietà comunale e non dei club, il che limita drasticamente la capacità di generare ricchezza, ossia ricavi continuativi al di fuori dei 90 minuti di gioco».
In Italia mi pare che siano solo 5 o 6 gli stadi di proprietà delle società di calcio professionistico
«Esattamente, il contrario cioè di quanto avviene ad esempio in Inghilterra, in cui su 20 club della Premier League solo in 5 non possiedono il proprio stadio di proprietà».
E solo l'Allianz Stadium di Torino è spesso citato oggi come l'unico impianto pienamente rispondente ai moderni standard UEFA
«Sì, con il conseguente rischio di perdere anche l'organizzazione di EURO 2032 (NdR: Il Comitato Esecutivo UEFA ha nominato le federazioni nazionali di Italia e Turchia per organizzare congiuntamente UEFA EURO 2032), poiché mentre la Turchia dispone già di infrastrutture moderne e adeguate, l'Italia deve sottostare a lunghe prassi burocratiche per la ristrutturazione di stadi iconici ma obsoleti appunto, come San Siro, il Maradona o il Franchi. Anche se, per ovviare a questo, il governo ha già nominato un Commissario Straordinario per gli stadi (Decreto-legge n. 96/2025)».
Credo sia necessario uno sforzo economico maggiore anche da parte dello Stato, per rilanciare il nostro movimento calcistico
«Certamente, il sostegno pubblico è fondamentale, unitamente a strumenti per favorire investimenti privati in nuove strutture o ristrutturazioni, anche in vista di EURO 2032 appunto. Ma servirebbe, più in generale, oltre alla riqualificazione degli impianti esistenti, un piano serio per il rilancio di nuovi spazi sportivi di comunità. Basterebbe prendere a esempio quanto fatto dalla Germania o dalla Francia che hanno investito massicciamente nei settori giovanili e nelle infrastrutture dopo un periodo di crisi: in cui abbondano oggi le accademie e i centri di formazione tecnici federali in tutto il Paese, consentendo così alla propria Federazione di seguire in modo costante e capillare un gran numero di giovani su tutto il territorio, anche tramite cospicue risorse economiche trasferite dai club professionistici alle realtà dilettantistiche. E in cui il coinvolgimento dei giovani talenti di origine straniera è favorito da campi polifunzionali, aperti e accessibili a tutti negli spazi urbani. Dobbiamo imparare l’importanza della pianificazione e della centralizzazione di alcune scelte strategiche, adattando tali modelli stranieri alla nostra realtà, senza perdere di vista le nostre specificità giuridiche, economiche e culturali».
A proposito di stranieri e vivai, si possono imporre quote obbligatorie di calciatori italiani?
«No, non è possibile farlo, non sono consentite le quote nazionali pure. I vincoli derivano dal principio europeo della libera circolazione dei lavoratori. Dopo la sentenza Bosman, introdurre limiti rigidi basati sulla nazionalità è sostanzialmente incompatibile con il diritto dell’Unione Europea. E anche alcune regole UEFA sono oggetto di simili limiti giuridici. Diverso è invece il discorso relativo al modello, attualmente previsto, dei cosiddetti “homegrown players”, ossia calciatori formati localmente per un certo numero di anni, ritenuto compatibile proprio perché non discrimina in base alla nazionalità, ma al percorso formativo».
E quali strumenti normativi si possono utilizzare per tutelare e favorire l’impiego dei nostri giovani?
«Si potrebbero introdurre dei corposi incentivi fiscali per chi investe sui giovani o sulle infrastrutture, appunto. A cui suggerirei di aggiungere, o meglio ripristinare, agevolazioni fiscali per attrarre professionisti dall’estero. Pensiamo al decreto “Crescita” che tra il 2019 e il 2023 aveva reso molto più conveniente per le nostre squadre pagare lo stipendio ai calciatori appena acquistati dall’estero, tra cui gli italiani che non avevano giocato in Serie A nei due anni precedenti. Altra valida idea, tra l’altro presente nell’agenda Gravina, potrebbe essere quella di rivedere il divieto di sponsorizzazioni legato alle scommesse, magari destinando una quota delle entrate delle stesse scommesse proprio ai settori giovanili».
Insomma, è come sempre un problema di sostenibilità economica
«Purtroppo, la fragilità economica del calcio italiano comporta una riduzione degli investimenti sui giocatori nazionali. Dato che le entrate non sono più sufficienti a coprire le spese, si preferisce oggi puntare su calciatori stranieri, spesso meno costosi e soggetti a vincoli normativi meno stringenti per il tesseramento. Aggiungiamo, elemento non trascurabile, che la recente Riforma dello Sport ha eliminato il vincolo sportivo nel dilettantismo, che, come è noto, limitava per i più giovani la possibilità di cambiare squadra senza l’autorizzazione del club di appartenenza: con la conseguenza, certamente positiva da un lato, di garantire maggiore libertà ai calciatori, ma dall’altro, di diminuire progressivamente gli investimenti nei settori giovanili dei club italiani, venendo meno le garanzie di poter trattenere i talenti cresciuti in casa».
Cosa ne pensa invece delle seconde squadre? Sono un modello fallito?
«No, ma credo siano un modello incompleto. Consentono certamente ai club di sviluppare giovani in un contesto competitivo, mantenendone il controllo e valorizzando il patrimonio sportivo ed economico. Il problema, però, è l’assenza di sistematicità. Oggi il modello è opzionale, limitato a pochi club e inserito in una piramide calcistica che non è stata ripensata nel suo complesso. Senza un numero più ampio di seconde squadre, e di incentivi regolamentari ed economici per l’utilizzo dei giovani, il suo impatto resterà circoscritto. E poi, esperienze come quelle della Juve Next Gen o dell’Inter U23 funzionano solo in parte perché costruite male, concettualmente. Basandosi cioè sul risultato immediato piuttosto che sulla valorizzazione tecnica del proprio vivaio. Vedo cioè troppe formazioni infarcite di calciatori anziani per risultare pronte e immediatamente competitive, perdendo però in questo modo il loro senso di fondo».
La Giustizia Sportiva, per come è strutturata oggi nel suo codice, garantisce ancora tempi certi e tutele adeguate, o questa crisi epocale del nostro calcio dovrebbe portare anche a una riscrittura profonda delle sue norme, come la responsabilità oggettiva dei club?
«L’equilibrio tra celerità e garanzie rappresenta da sempre la cifra distintiva della giustizia sportiva rispetto a quella ordinaria. Per salvaguardare il suo sistema, garantendo la regolarità delle sue competizioni, l’ordinamento giuridico sportivo necessita di decisioni assunte in tempi molto rapidi, spesso a scapito della piena tutela del diritto di difesa, costituzionalmente garantito, secondo i tempi più lunghi previsti dal giusto processo statale. Unitamente alla responsabilità oggettiva dei club, altro grande e controverso tema della giustizia sportiva, che si pone a una distanza direi siderale rispetto ai principi tipici della giustizia statale: in questo caso previsto per garantire l’ordine e la correttezza delle stesse competizioni. Detto ciò, per rispondere alla sua domanda, credo che una riscrittura di tali regole possa essere anche considerata, anche se certamente non profonda, radicale. Si potrebbe ragionare su un rafforzamento delle garanzie difensive senza sacrificare la detta rapidità delle pronunce sportive, o su una tipizzazione più chiara delle sanzioni e su precedenti giuridici maggiormente vincolanti, o ancora su una revisione del principio di responsabilità oggettiva in chiave più moderna. Ma attenzione a non confondere i piani: riscrivere la giustizia sportiva non risolverà la crisi tecnica e strutturale del calcio italiano. Potrà rendere il sistema più equo, prevedibile e trasparente, ma non inciderà, evidentemente, sulla formazione dei talenti e sulla nostra competitività internazionale».
Autore: Marco Pompeo / Twitter: @Marco_Pompeo
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