Si è chiusa ufficialmente lo scorso 16 marzo l'avventura di mister Vitaliano Bonucelli sulla panchina del San Donato Tavarnelle. Un legame, quello tra il tecnico e la società gialloblù, durato quasi due anni e scandito da ben 65 panchine. Un percorso intenso, caratterizzato da una filosofia volta alla valorizzazione dei giovani, che si è interrotto proprio nella fase cruciale del campionato.
Nonostante l'esonero sia arrivato in un momento delicato, il lavoro svolto da Bonucelli resta un punto fermo di una stagione complessa, segnata da una sfortuna senza precedenti sul fronte degli infortuni. Noi di Notiziariocalcio.com abbiamo contattato telefonicamente l'allenatore per approfondire le dinamiche di questa annata, analizzare i momenti chiave e raccogliere le sue sensazioni sul futuro del girone e sulle sue passate esperienze professionali.
Mister, quali sono le sue sensazioni su questa stagione e come commenta la fine del rapporto con il San Donato Tavarnelle?
«Eravamo partiti molto bene, pur avendo a disposizione una squadra giovanissima. Purtroppo, nel corso del tempo, abbiamo dovuto fare i conti con tantissimi infortuni: due rotture dei legamenti crociati e altri tre calciatori fondamentali che sono rimasti ai box per mesi. In queste condizioni abbiamo fatto fatica; abbiamo collezionato molti pareggi e siamo stati penalizzati anche da alcune decisioni arbitrali particolari. Basti pensare che non abbiamo ricevuto nemmeno un rigore a favore. Quando ti trovi in difficoltà avresti bisogno anche dell'episodio fortunato, ma non lo abbiamo mai avuto. Sul mercato la società ha fatto il possibile, ma abbiamo inserito solo profili giovani. Mi dispiace per come è finita, anche perché dopo il mio addio la squadra ha subito tre sconfitte consecutive, trovando la vittoria solo domenica scorsa. Sono comunque convinto che possano ancora lottare per la salvezza diretta, visti i punti importanti che avevamo accumulato all'inizio».
La vittoria a Siena è stata l'ultimo successo della sua gestione, risalente allo scorso 16 novembre. Quella gara crede abbia inciso negativamente sul prosieguo?
«Sinceramente non credo. Avevamo una squadra talmente giovane che le dinamiche erano altre. Sono convinto che l'emergenza infortuni sia stata davvero determinante, poiché ha colpito proprio i calciatori più esperti e importanti della rosa. In alcune occasioni siamo scesi in campo con sei "under" contemporaneamente; facevamo fatica a segnare, abbiamo inanellato troppi pareggi e troppi 0-0. Abbiamo perso punti pesanti anche in situazioni di svantaggio. Sarebbe bastato trasformare due pareggi in vittorie per cambiare lo scenario. Ricordo la sfida interna con il Montevarchi, quando al 94' un difensore parò un nostro tiro con la mano; a Trestina vincevamo 3-1 a dieci minuti dalla fine e terminò 3-3, mentre a Orvieto subimmo il gol del pari al 93'. Resta comunque un'esperienza positiva, anche se il rammarico è inevitabile quando vieni allontanato. Mi dispiace perché proprio ora sono rientrati i "big" ed è stato ingaggiato un calciatore come Catanese».
Solo il Ghiviborgo ha un'età media inferiore a quella del San Donato: quanto ha inciso la mancanza di esperienza nel lungo periodo?
«Avere una squadra molto giovane con pochi elementi esperti, alcuni dei quali lungodegenti, pesa molto. Abbiamo giocato con tanti ragazzi nati nel 2006 e nel 2007. L'entusiasmo dei giovani è un'arma a doppio taglio: se vinci, voli sulle ali dell'entusiasmo, ma se inizi a perdere subentrano grosse difficoltà. Lo scorso anno avevamo un gruppo molto più esperto, ma il San Donato fa fatica a confermare i calciatori che fanno bene, che spesso vanno via per vari motivi. Abbiamo riprogrammato e rinnovato la rosa; la squadra era stata costruita con criterio, ma peccato davvero per gli infortuni, anche perché la partenza era stata migliore rispetto alla passata stagione. Personalmente credo che far giocare i giovani non faccia mai male, ma quando le cose prendono una piega diversa da quella sperata, sarebbe stato necessario intervenire in maniera più importante. La società, tuttavia, aveva le sue esigenze economiche».
Uno sguardo al passato: cosa ci dice di Grosseto e Pianese, due sue ex squadre?
«A Piancastagnaio ho lasciato tanto. C'è una società composta da persone competenti, è un posto dove si sta bene e dove si può fare calcio vero. Grosseto, invece, è stata un'esperienza diversa e non del tutto positiva. Forse non sono portato per allenare in piazze così importanti; ho avvertito subito delle difficoltà nel rapporto con l'ambiente. Eppure perdemmo pochissimo, appena due gare, incontrando una Pianese che in quel momento era in grande spolvero. In quell'occasione qualcosa ho sbagliato io e qualcosa la società, anche se credo che la squadra di quest'anno fosse un po' diversa dalla mia, nonostante avessimo le carte in regola per vincere il campionato già allora. Sono tutte esperienze che ti porti dietro. Può darsi che nel mio bagaglio tecnico non ci sia la propensione ad allenare squadre di grandi piazze, ma non lo considero un problema».
Chiudiamo con la questione "under" in Serie D: qual è il suo pensiero sulla regola attuale?
«Per come è strutturata oggi, sia la questione degli under che quella dei giovani di serie, sembra fatta apposta per valorizzare i ragazzi del vivaio, dato che i prestiti non portano punteggio per i premi giovani. Spesso le società inseriscono gli under principalmente per una questione economica, ma bisogna essere bravi a gestirli. È chiaro che i club con maggiori disponibilità possono trarre vantaggio dal mercato. Trovare giovani pronti nei vivai di Serie D non è affatto facile. Io sono di Viareggio e vedo che in Toscana realtà come Empoli e Fiorentina prendono bambini di 8-9 anni. Per competere servirebbero strutture che difficilmente si trovano nelle realtà più piccole».
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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