La neve di Oslo si è posata sulle rovine della nostra Nazionale, travolta 3-0 da una Norvegia che ci ha umiliato in campo e impartito una lezione fuori. E mentre il gelo della sconfitta gela le vene dei tifosi, a Roma si è già scatenata la tempesta più prevedibile e inutile: il processo sommario a Luciano Spalletti. Il coro delle condanne contro il commissario tecnico è già assordante, con una stampa imbarazzantemente (non si dovrebbe mai generalizzare ma stavolta è complesso fare distinguo) prona a scaricare sull'ultimo arrivato le colpe di un disastro che affonda le sue radici in decenni di mala gestione federale. Sia chiaro, non è da assolvere il commissario tecnico ma non è di certo l'unico colpevole. Si invoca l’ennesimo salvatore della patria, un nuovo allenatore con la bacchetta magica, ignorando volutamente il tumore che divora il nostro calcio dall'interno: una FIGC oligarchica, orientata al potere e al profitto, che ha da tempo svenduto il futuro del gioco più amato d’Italia.
Lo spettacolo è vergognoso. Spalletti, nel dopo partita, ha definito la squadra "fragile", ma la fragilità non è dei singoli, è sistemica. Dopo due mancate qualificazioni mondiali, i media ripropongono stancamente il copione del capro espiatorio, dimenticando che la difesa azzurra, annichilita dalla fisicità di Haaland e Sorloth, è solo lo specchio di un campionato dove i nostri giovani giocano appena il 30% dei minuti totali. E se non giocano chiediamoci il perché, non liquidiamo l'argomento scaricando le responsabilità di nuovo sugli allenatori che in Italia non hanno il coraggio di lanciare i giovani: se un giovane ha talento, se ho in casa Yamine Lamal, è ovvio che lo faccio giocare. Siniša Mihajlović lancia Donnarumma non perché glielo impone una regola ma perché lo vede in allenamento e ne riconosce l'immenso talento. Il problema, però, non è di oggi. Nasce in un vivaio abbandonato a se stesso, dove le società di Serie A investono in media un misero 1% del loro bilancio, contro il 5-10% di accademie modello di altri Paesi europei come, viene facile l'esempio più noto, quella del Barcellona.
Ciclicamente, come una marea tossica, riemerge la falsa soluzione dello "straniero nemico", un argomento tanto populista quanto ipocrita. La storia della FIGC è un'altalena schizofrenica tra aperture indiscriminate e chiusure xenofobe, dal "veto Andreotti" del 1953 al blocco totale degli anni '70, senza che mai si sia affrontato il nodo strutturale. Le parole del presidente dell’Empoli, Fabrizio Corsi: "Il 70% dei minuti in Serie A è giocato da stranieri, e questo va contro il nostro calcio", certificano sì la realtà dei fatti ma non smascherano la verità. La colpa non è di chi arriva, ma di una cultura gestionale che preferisce il risultato immediato, spesso acquistando mediocre talento estero, piuttosto che investire con pazienza e competenza nella formazione dei talenti locali.
In questo quadro desolante, Gabriele Gravina non è un'eccezione: è la regola, il simbolo massimo, suo malgrado, per il ruolo rivestito, di un sistema marcio. Mentre una nazionale al 38° posto del ranking FIFA ci umilia, la Federazione resta immobile, un colosso di potere sordo ai veri disastri. Ignora l'apartheid finanziario che costringe club come Turris, Taranto, Lucchese, Messina (etc... etc... etc...) a lottare per la semplice sopravvivenza, uno squilibrio che sta desertificando il tessuto calcistico della provincia. Tace di fronte all'inchiesta de "Le Iene" sulla compravendita di posti in squadra, dove pagando profumatamente un giovane può arrivare persino in serie A, la punta di un iceberg di corruzione che uccide la meritocrazia. Perché questo sistema, sia chiaro, ha inflitranto il calcio a tutti i livelli ed a tutti gli strati: allenatori, dirigenti, e persino ruoli impensabili come quelli relativi alla comunicazione stessa.
Le dimissioni, quindi? Sì, ma chiederle solo per Spalletti è una farsa. Serve una rivoluzione culturale, non un altro capro espiatorio. Serve una legge che imponga ai club ad investire una soglia minima del proprio fatturato nel settore giovanile. Serve una riforma federale che estrometta i clan di potere e sottoponga la FIGC a un controllo trasparente. E servono investimenti veri, a partire dalle infrastrutture, perché non si può far nascere campioni in un Paese dove il 60% delle scuole non ha nemmeno una palestra.
Il 3-0 di Oslo non è un incidente di percorso. È l'ennesimo collasso, il sintomo terminale di un organismo malato. Finché la FIGC resterà un feudo intoccabile, finché i club preferiranno le scorciatoie del mercato globale alla fatica della formazione, e finché la stampa si accanirà sul bersaglio più comodo, il declino sarà inarrestabile.
Senza una sommossa etica e strutturale, quei pochi talenti rimasti continueranno a naufragare nell’indifferenza generale. Bisogna riscoprire il lavoro, il sudore, la fatica vera senza scorciatoie. È ora di svegliarsi da un incubo che dura da troppo tempo.
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