La salvezza della Vibonese ha un volto preciso e un momento esatto: il gol di Antonio Carnevale che ha condannato l'Acireale alla retrocessione in Eccellenza e ha permesso ai rossoblù di conservare il posto in Serie D. Ma dietro a quella rete, e al triplice fischio del "Luigi Razza", si nasconde una storia ben più complessa, fatta di spogliatoi svuotati, mercato bloccato e una fedeltà alla causa che in pochi avrebbero saputo mantenere.
A dare la misura di quanto sia stato tormentato questo campionato è il capitano Gerardo Di Gilio, voce e simbolo di un gruppo che ha retto all'urto di una stagione logorante. «È finita bene, per fortuna è finita bene. È stato un anno difficile», ha dichiarato il capitano nel dopo gara. Le sue prime parole, però, non sono state per sé stesso né per i compagni: sono andate all'allenatore Danilo Fanello. «Voglio ringraziare il mister perché pochi allenatori si prendono la responsabilità di venire nel momento in cui è venuto lui. Appena arriva sono andati via Marafini, Bonotto, Balla e rimanere voleva dire crederci davvero».
Un attestato di stima significativo, che restituisce l'immagine di un tecnico chiamato a raccogliere una situazione già in piena emergenza e capace comunque di tenere in piedi la baracca fino all'ultimo atto della stagione.
Di Gilio ha poi rivolto un pensiero a quei giocatori che, a differenza di altri, hanno scelto di non lasciare la nave. Una scelta tutt'altro che scontata, come lui stesso ha tenuto a precisare: «Quando tutti se ne andavano, noi tre, quattro, cinque che eravamo dall'inizio abbiamo deciso di rimanere. Non era facile perché non potevamo fare mercato e ci toglievano un pezzo alla volta». Parole che fotografano con precisione le settimane più buie della Vibonese, con una rosa progressivamente ridotta all'osso e nessuna possibilità concreta di intervenire sul mercato per porre rimedio.
Il capitano ha riservato un cenno anche ai giovani aggregati alla prima squadra nel momento del bisogno, ragazzi provenienti dalla Juniores chiamati a recitare un ruolo che non avevano mai ricoperto a quei livelli. Il giudizio è equilibrato, privo di retorica: «Con tutto il rispetto dei ragazzini, che sono stati da elogiare per quello che hanno fatto, erano comunque ragazzi della Juniores non abituati a certi contesti e a certe partite. Però per rimanere ci volevano gli attributi. Noi ci siamo riusciti».
Sulla stessa lunghezza d'onda si è espresso Aldo Caiazza, difensore centrale e autentica colonna della retroguardia rossoblù nel doppio confronto del playout contro l'Acireale. La sua testimonianza aggiunge un tassello importante alla comprensione di ciò che ha tenuto unito il gruppo nei momenti più difficili: non la mancanza di alternative, bensì una scelta consapevole e motivata da ragioni che vanno oltre il calcio giocato.
«Non è che siamo rimasti perché non avevamo alternative, le alternative le avevamo», ha spiegato il centrale. «Abbiamo deciso di restare perché vedevamo ogni giorno persone dello staff fare di tutto per non farci mancare nulla. Non ce la siamo sentita di abbandonare queste persone». Una fedeltà, dunque, costruita giorno dopo giorno negli allenamenti, nel rapporto quotidiano con chi lavora nell'ombra e che raramente compare nelle cronache sportive.
Caiazza ha definito la salvezza conquistata «una cosa che resterà nella storia», prima di aggiungere un dettaglio che rende ancora più vivida la difficoltà di questi mesi: «Noi che stavamo dentro sappiamo cosa abbiamo passato. Preparavamo una partita il venerdì e il sabato un giocatore non c'era più. È stato veramente difficile». L'immagine di uno spogliatoio che si sveglia il giorno prima di una partita e scopre di aver perso un compagno è forse quella che meglio sintetizza l'anomalia di questa stagione.
Il protagonista assoluto della giornata decisiva porta il nome di Antonio Carnevale. Il centrocampista rossoblù ha firmato il gol che vale la permanenza in Serie D, ma la sua storia personale all'interno di questa stagione è, se possibile, ancora più emblematica di quella collettiva. «Sono contentissimo per tutto quello che ho passato quest'anno», ha raccontato Carnevale. «Non molti lo sanno, ma a dicembre ero fuori rosa e dovevo andare via. Ho deciso di rimanere lo stesso e oggi sono stato ripagato con questo gol che ci ha dato la salvezza».
Una vicenda che assume i contorni quasi narrativi della rivincita personale: un giocatore messo da parte a metà stagione, che avrebbe avuto ogni ragione per cercare fortuna altrove e che invece ha scelto di restare, di aspettare, di tenersi pronto. E che alla fine ha trovato il momento giusto per incidere in modo determinante.
La salvezza della Vibonese, dunque, non è soltanto un risultato sportivo. È il prodotto di una coesione interna costruita in condizioni di straordinaria difficoltà, alimentata da un senso di appartenenza che ha finito per rappresentare il vero punto di forza di un gruppo ridotto ai minimi termini ma mai disposto ad arrendersi. Le parole di Di Gilio, Caiazza e Carnevale, pronunciate tra occhi lucidi e orgoglio genuino nella pancia del "Luigi Razza", consegnano alla memoria dei tifosi rossoblù qualcosa di più duraturo di un semplice playout vinto: la storia di una squadra che, quando avrebbe potuto sgretolarsi, ha scelto di restare unita.
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