Quando Seby Catania, oggi allenatore dell’Enna, rispolvera amarcord e snocciola aneddoti, i suoi racconti trasudano di passione e di sentimento, di un calcio che emoziona sempre, perché ricco sì di campo ma anche di famiglia e di valori.
E ci sono capitoli di vita che in questi giorni, di pandemia e segnati dalla morte di Maradona, riaffiorano prepotentemente. L’operazione è semplice. Gli basta chiudere gli occhi e risentire il San Paolo di Napoli in festa, in una giornata di pioggia, e i cori dei tifosi.
«Era – ci racconta - il 3 novembre 1985, la Juve era reduce da una striscia iniziale record di vittorie di fila. Io e Giuseppe Restuccia, oggi diesse dell’Enna, eravamo con i nostri genitori Pippo e Placido. Ho visto quel giorno la favolosa punizione di Maradona, che ha sfidato le leggi della fisica. Al gol esplose Napoli. Porterò quel giorno per sempre nel cuore».
Nel suo Enna ci sono 5 argentini.
«Hanno da sempre avuto un attaccamento straordinario per il loro Pibe. Quindi per i miei giocatori sono stati giorni tristi, ho percepito le loro sensazioni proprio nella chat di gruppo. E come dargli torto? Ho visto il “Pibe de oro” dal vivo, uno spettacolo puro. Un campione assoluto, che ha sbagliato certamente, ha commesso errori, ma ha fatto tanto bene nella vita. Ho letto troppe cattiverie, non è giusto giudicare un altro uomo».
Parliamo del suo arrivo all’Enna.
«Sono contento della scelta della società e del direttore che ha preso Seby Catania prima uomo e poi allenatore. Sono attestati di stima importanti, ho scelto subito con piacere. Ho trovato una società composta da persona splendide, genuine. Puoi fare calcio bene, programmando e credo che Enna meriti di ritornare nel calcio che conta».
Le soddisfazioni non sono mancate sinora. «Allo stop ci troviamo in zona play off, che è l’obiettivo che ci siamo prefissati. Le due sconfitte contro Aci Sant’An - tonio, dove abbiamo chiuso in otto, e Carlentini, dove mancavano tra infortuni e squalifiche otto giocatori, sono figlie, secondo me, di episodi. Le vittorie, poi, di valore perché abbiamo battuto squadre come Acquedolci, neopromossa ma con gente di spessore, e Igea Virtus».
Quali sono le caratteristiche della squadra che allena?
«Totalmente rinnovata con cinque argentini e quattro ragazzi di colore. Il diesse Restuccia ha fatto un ottimo lavoro di qualità. Ovviamente, per assemblare tutto c’è voluto tempo. Unico rammarico aver avuto la squadra al completo solo per 30 minuti».
Quanto le è pesato il lockdown lo scorso anno a San Cataldo?
«Eravamo lanciatissimi con 19 risultati utili consecutivi, una sola sconfitta nei minuti di recupero, una finale di Coppa Italia persa solo ai rigori, l’imbattibilità in casa. Era tutto ancora in discussione, mancavano sei giornate. L’entusiasmo generale era alle stelle. Volevo riportare la Sancataldese in D. Purtroppo, lo stop forzato ha spezzato questo sogno. Alla ripresa, quest’anno, poi, ho deciso di farmi da parte, specie dopo l’addio del diesse Galletti, con il quale avevo una grande sintonia sul piano programmatico e che spero si rimetta presto. Non c’erano più quindi le condizioni per proseguire, nonostante i rapporti con la società siano rimasti eccezionali».
Forse si riprenderà a gennaio.
«E spero che si completi stavolta anche a stagione inoltrata. Non dobbiamo più fermarci, speriamo che si abbassino i contagi. Oggi è un momento triste della nostra vita. Mi lascia tanta amarezza. Mi mancano il campo e le partite, mi metto nei panni di chi ha perso lavoro, mi metto nei panni delle persone che fanno fatica ad andare avanti. Ci deve fare riflettere questo sulle cose importanti, ci leghiamo spesso a cose banali e non dovremmo farlo». Il 2020 è stato l’anno in cui è scomparsa la “sua” Leonzio. «Mi spiace per tutto quello che ha colpito Giuseppe e la sua famiglia. Ci dovevano e potevano essere altre soluzioni per poterla salvare. Mi dispiace che sia scomparsa la mia Leonzio dopo 110 anni di storia. I risultati straordinari raggiunti dalla società insieme con la città, c’era un coinvolgimento totale, non meritavamo questo».
Cosa pensa invece della qualità dei giovani?
«Io con i giovani sono un po’ arrabbia - to. Hanno la possibilità di giocare per via del regolamento, devo sfruttare la situazione e invece non lo fanno. Mi rattrista tutto ciò, se potessi tornare in campo baratterei tutto per ritornare a giocare. È la cosa più bella che si possa fare è rincorrere un pallone. Dovrebbero allenarsi con molto impegno, mentre alla prima difficoltà si fermano».
Autore: Nicolas Lopez
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