Prima portiere, poi allenatore, infine dirigente federale. Alberto Pasquali è da sempre un uomo di campo e di calcio. Una passione che gli scorre tra le vene sin da giovanissimo.
E che ancora oggi, nonostante i diversi ruoli ricoperti in carriera, è più viva che mai. La nuova frontiera si chiama Lombardia: dopo aver servito per 14 anni la delegazione provinciale Pasquali è pronto a rivoluzionare il mondo del pallone regionale. L’ultimo ostacolo si chiama Carlo Tavecchio, lo sfidante nelle elezioni che si svolgeranno sabato 9 gennaio e che vedranno protagoniste tutte le società lombarde (dilettantistiche e di puro settore giovanile): saranno loro, democraticamente a suon di voti, a decidere il proprio futuro.
Pasquali, quando è nata l’idea di candidarsi per la presidenza regionale?
È stato un percorso lungo maturato durante il periodo di lockdown. Rapportandosi con le società sono stati raccolti i malumori legati alla politica sportiva degli ultimi vent’anni. Un periodo tutt’altro che facile per le società. La situazione era precipitata. E a questo aggiungerei il fatto che la politica romano-centralista si è distaccata ulteriormente rispetto alla realtà lombarda e a quello che la Lombardia stava vivendo.
Il pensiero va al ritardo con il quale è stata decretata la fine della precedente stagione?
Sì, ma non solo. Penso anche all’inizio delle iscrizioni per la stagione successiva e al protocollo sui dilettanti di difficile attuazione.
Lei si presenta con alle spalle 14 anni di «buon governo» del calcio provinciale. Questo le è stato ampiamente riconosciuto dalle società.
Abbiamo avuto riscontri molto positivi dalle società bresciane e questo fa piacere. Ma ci siamo spinti anche oltre i confini provinciali anche durante le videoconferenze su Zoom: siamo arrivati ad avere oltre 300 contatti. Un altro motivo di orgoglio.
La spinta per la candidatura è arrivata dalle società?
È la spinta che partiva alla base. Ho valutato il mio percorso dal 2007 a oggi in politica federale e pensato di poter avere le competenze per la candidatura. Sono inoltre convinto che se la politica sportiva non cambia in questo quadriennio difficilmente lo potrà fare in futuro.
Quali sono le prime cose da sistemare e cambiare?
Direi che in primis che da far ripartire la macchina calcio oltre all’attività nell’ambito dei centri sportivi e delle società. Si tratta di strutture importanti, in particolar modo per i piccoli atleti, per svolgere attività sportiva e per socializzare. Le società credo che potranno difficilmente sostenere ulteriori stop e altre passività. Per rendere possibile questo sarà necessario che la politica riconosca il ruolo delle stesse società, aiutandole dopo quello che hanno subito.
Ripartire insicurezza?
Assolutamente sì. E poi si dovrebbe porre rimedio alla «legge Spadafora» che, per come è strutturata, può ulteriormente mettere in ginocchio le società. Servono maggiori benefici alle società, sulla fiscalità ad esempio. A livello primario ci deve essere però sempre il calcio giocato.
E le società al centro del progetto?
Assolutamente sì. Nel corso degli ultimi anni la struttura è stata piuttosto centralizzante e la politica sportiva ha di fatto abbandonato il territorio. Ma bisogna sempre ricordare che il calcio si gioca provincia per provincia. Comune per comune. Spesso le società hanno dovuto gestire da sole i problemi.
La pandemia ha acuito questa situazione?
È quello che è stato evidenziato durante le call conference che abbiamo organizzato in questi mesi. Le società hanno manifestato il disagio che stavano vivendo. Non solo a livello pandemico, ma anche di sopravvivenza. E c’è un altro fattore positivo di queste videoconferenze.
Quale?
L’aver portato le stesse società a parlare tra loro e ad avere contatti e confronti comuni nello stesso momento. Prima gli incontri avvenivano solo durante le partite o, al massimo in un paio di frangenti durante l’anno. In questo periodo persone che magari hanno avuto attriti si sono ritrovate ad avere gli stessi problemi da risolvere. È possibile annullare le distanze anche tramite l’online.
Lei a Brescia è riuscito a far concludere un torneo prestigioso come il Trofeo Brescia oggi. Soddisfatto?
Sì, anche perché durante le call era uscita più volte la necessità di far ripartire il calcio dei più piccoli e dei giovani. I fatti hanno dimostrato che l'idea di far concludere un torneo in essere andava nell'ottica e nell’esigenza di chi doveva fare attività. E senza alcun costo.
Un discorso diverso rispetto ai dilettanti.
Forse si sono sottovalutate le condizioni pandemiche e dopo poche giornate la porta si è chiusa in faccia. La priorità era far giocare i bambini, riportarli in campo.
Si parla troppo poco di socializzazione tra i giovani?
La socializzazione incide tanto per un bambino. Le società si sono rese conto che l’evento agonistico è bellissimo, ma che alla base ci sono la socialità e il gioco. È un mezzo educativo che è stato riscoperto soprattutto in questi mesi così difficili. L’evento sportivo è passato in secondo piano, anche se tornerà poi protagonista. Diciamo che c’è stato un ritorno alla consapevolezza.
Come giudica gli anni vissuti alla delegazione di Brescia?
Ampiamente positivi, vissuti al servizio delle società con un gruppo di lavoro che non si è mai risparmiato per impegno e disponibilità. Qualche elemento è cambiato nel corso degli anni, ma ringrazio tutti per l’apporto e il contributo che hanno dato. E ci siamo anche tolti diverse soddisfazioni con le vittorie con le rappresentative Allievi e Giovanissimi al Torneo delle Provincie.
Come ha scelto la sua nuova squadra per questa sfida in Lombardia?
Ci siamo basati sul principio della rappresentatività del territorio nell’ottica del rinnovamento. All’interno abbiamo cercato di avere figure di qualità, esperienza e competenza.
È fiducioso per le elezioni?
Sì, perché ho visto da parte delle società la voglia di un rinnovamento dell’attività politica. Al centro del progetto ci devono essere le stesse società, gli atleti e le loro famiglie. È ora che la politica centrale tenga conto dell’importanza della Lombardia.
Autore: Anna Laura Giannini
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