Mister Luciano Foschi corre verso il secondo debutto in bluceleste. Il primo, da giocatore, arrivò il 4 settembre 1994: Lecco-Olbia decisa da una rete siglata al 38′ del primo tempo da Oreste Didonè, 85 minuti in campo per il difensore prima del cambio con il difensore Massimiliano La Rosa. Alla guida della squadra vi era il leggendario Antonio Pasinato, mentre sabato toccherà a lui fare da capo allenatore delle Aquile durante la delicata gara interna con il Mantova. Delicata perchè la brutta prestazione sciorinata con la Pro Sesto (0-2) non lascia per niente tranquilli e anche perchè il ribaltone in panchina si è portato dietro tutta una serie di tensioni con la piazza che difficilmente saranno già state smaltite. Insomma il “Rigamonti-Ceppi” rischia di essere una polveriera di non facile gestione: i virgiliani dell’ex Nicola Corrent, messi insieme i primi tre punti della stagione con il Trento, hanno tutta l’intenzione di allungare la striscia positiva anche lontano dal “Martelli”.
Prende parola il patron:
«Intanto faccio i ringraziamenti a mister Alessio Tacchinardi per i due mesi passati a Lecco, inoltre, gli faccio gli auguri per la prossima avventura».
Cos’ha spinto il patron a cambiare?
«La partita con la Pro Sesto l’abbiamo vista tutti, direi. Già dopo il Vicenza è stato più che bravo, dato che è entrato negli spogliatoi e non ha detto niente ai ragazzi. A lui piace vedere più giovani in campo e questo è un altro motivo, non lo nego: il campo ha condannato Tacchinardi e non è mai stato richiamato. Non c’è mai stato nessun dubbio, il patron era in vacanze a Sanremo con la moglie».
Verso Lecco-Mantova, la presentazione di mister Luciano Foschi
Mister, quando giocavi qui era facile farti amare dai tifosi:
«Stare a casa è difficile, indubbiamente. Amo questa piazza, l’ho sempre amata e la maglia me la sono sempre sentita addosso: quando ho ricevuto la chiamata del presidente mi ha moglie ha visto l’emozione nei miei occhi. Dobbiamo fare in modo di sovvertire la situazione, che ha dei malumori: li ho visti ben disposti, si sono allenati molto bene e si sono messi a disposizione. Il gruppo è bello e coeso».
Sull’idea di calcio:
«Questa squadra è stata costruita in un certo modo, nel tempo cercheremo di creare alternative valide per usare i giocatori nel ruolo più adatto. In questo momento ho tanti elementi e i ruoli sono coperti bene, non so quale fosse l’idea di prima e non mi permetto di discuterla perchè ho la mia. Il rapporto nel calcio è 1:1, siamo undici per parte e chi vince più duelli vince la partita».
Sul valore tecnico della squadra:
«In questo campionato ci sono 5 squadre che ne fanno uno a parte, almeno a parte, mentre le altre sono tutte uguali, Lecco compreso. Dipende tutto da quanto saremo bravi a inserirci nella lotta al vertice, perché di fenomeni non ce ne sono. Domani troveremo una squadra uguale a noi, non mi sembra che ci sia una differenza tale da poter temere la retrocessione: la mia sensazione non è quella di aver visto una squadra brutta in queste partite, ma bisogna migliorare le cose che non sono state o sono state fatte male. I ragazzi sono po’ bloccati dal punto di vista mentale, mentre fisicamente è stata ben allenata, mi auguro di aver fatto abbastanza per essere riuscito a bloccarli un po’ mentalmente: abbiamo lavorato su tante cose, le mie squadre devono avere grinta e voglia di lottare, poi vedremo se saremo in grado di fare divertire. Quando si cambia un allenatore ce lo si sente addosso anche da calciatori».
Cos’ha chiesto il patron Di Nunno?
«Solo di venire ad allenare a Lecco, gli ho detto che sarei venuto anche a piedi perché quello che penso della piazza l’ho detto all’inizio. Un’opportunità così è molto importante, questa è una città che amo: sono in un’età in cui ho tanta voglia e fame, ma poche chance per fare qualcosa d’importante. Il risultato finale dipenderà da quanto saremo bravi».
Il patron genera pressione?
«Se vinco nessuno mi dice niente, se perdo sono a rischio esonero e lo so da quando ho deciso di prendere il patentino d’allenatore. Non so che rapporto ci fosse tra chi mi ha preceduto e la proprietà, oggi posso dire solo grazie al presidente perché mi ha dato questa opportunità, molto semplice: mi sembra che si perda di vista il senso delle cose, in qualsiasi azienda non si va a discutere il presidente perché alla fine paga lui. Se tiro fuori i soldi per una cosa così, faccio e dico quello che voglio: ne parlavo ieri sera con Lorenzo Marconi a cena, il calcio vive in modo ovattato ma è un caso unico».
Ha già in testa l’undici di domani?
«Si, anche senza averli visti perché li conosco tutti. Ho trovato una squadra giusta e predisposta a fare le cose in un certo modo, possono fare di più. Preferisco che la formazione la facciate voi, chissà che non mi diate un’idea: magari domattina mi sveglio e in due hanno il Covid-19, così devo ribaltare tutto».
Sulla valorizzazione dei giovani:
«Magari ne facciamo giocare più di quattro (ride, ndr). Le squadre di Serie C non possono farne a meno, tranne chi ha potenzialità importanti: se ho un ragazzino bravo allora gioca, non m’interessa la carta d’identità. Possono giocare tutti, partite dal presupposto che non ho problemi sul numero da mandare in campo: l’ho fatto anche a Ravenna quanto ho vinto a Trieste con 9 ragazzi e a San Benedetto del Tronto con 11. Sappiamo di dover puntare su questo obiettivo».
Su Zambataro:
«Non è una mezz’ala. Meglio, lo è stato ma oggi è un esterno. Finché ho gente di ruolo uso quella al posto di snaturare qualcun altro».
Autore: Redazione NotiziarioCalcio.com / Twitter: @NotiziarioC
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