Luciano Favero, l'operaio-calciatore che vinse tutto

11.06.2024 21:30 di  Antonio Sala   vedi letture
Fonte: di Giuseppe Franzò
Luciano Favero, l'operaio-calciatore che vinse tutto

Luciano Favero, un cammino incredibile, che partendo dal basso, Messina, Salernitana e Siracusa in Serie C, riuscì ad arrivare alla Juventus, nel 1984 fino al 1989, e a vincere importanti trofei europei e mondiali per club, integrandosi perfettamente in una difesa composta da nazionali come Tacconi, Cabrini, Scirea.

Luciano Favero nasce a Santa Maria di Sala in provincia di Venezia l’11 ottobre 1957 da una famiglia di contadini.  Sin da piccolo predilige il gioco del calcio piuttosto che dedicarsi allo studio. La sua carriera calcistica inizia da giovanissimo ed è un continuo crescendo, iniziando dal basso fino ad arrivare a giocare con la Juventus conquistando importanti trofei a livello europeo e mondiale. Il suo percorso calcistico sembra una favola che si concluderà a lieto fine, ma nella vita privata di Favero svanisce la favola perché il destino lo metterà a dura prova.

Per iniziare a parlare di Luciano Favero da adolescente, bisogna che si cominci con un aneddoto curioso e premonitore della fortuna che alla fine si rivelerà proba solo per la carriera calcistica. Questa “favola” la racconta in un’intervista il giornalista Massimo Perin per vivoperlei.calciomercato.com.

«Si era nell’estate del 1957 a Santa Maria di Sala, un paesino in provincia di Venezia, una zingara di passaggio presso la famiglia contadina Favero, chiese conforto e ristoro dove la signora Bianca moglie di Corrado Favero era incinta, e li a qualche mese avrebbe avuto il suo primo genito. La zingara, dopo essersi ristorata si rivolse alla signora Bianca, e accarezzando la pancia, disse: "Se lo chiami Luciano sarà fortunato"».

Nasce così l’11 ottobre del 1957 Luciano Favero, predetto fortunato, di umili origine contadina ed il primo di sei fratelli. Il papà di Luciano era un contadino, e coltivava un lembo di terreno vicino al suo piccolo paese, dividendo la coltivazione e gli utili con il mezzadro.

Luciano Favaro da fanciullo non era incline allo studio, ma come tutti i ragazzini della sua età, era “distratto” per molte ore della giornata a correre dietro un pallone. Più volte non tornava a casa per il pranzo ed il papà andava a cercarlo per portarlo in campagna a lavorare. Dopo la terza media va a lavorare come metalmeccanico.  Favero inizia a dare i primi calci veri alla sfera di cuoio in una piccola squadretta “la Fenice Caselle”, per poi passare in Promozione con il Noale a soli quindici anni. A sedici anni è con la Mestrina, e gioca bene, tanto che lo notano alcuni osservatori che lo portano per un provino a Varese. Favero riesce a superare il provino, e passa alla squadra lombarda che milita in Serie B, ma è subito distaccato alla Milanese, società satellite per conto della squadra biancorossa. Nel campionato 1973-74 va in prestito alla Vis Pesaro, per acquisire esperienza.  Nella squadra marchigiana si mette in luce disputando un ottimo campionato; gioca trentatré gare e realizza quattro reti, nonostante la compagine biancorossa si salva dalla retrocessione nelle ultime giornate.  L’anno successivo ritorna alla Milanese e gioca trentuno gare. Nel 1976-77 Il tecnico della Milanese, Giorgio Rumignani lo porta con sé a giocare nel Messina. Nella città siciliana si mette in luce, disputando trentasette partire in Serie C.

“Il suo gioco è senza fronzoli – dichiararono alcuni addetti ai lavori - gioca deciso ed efficace, e bada sempre al sodo”. Ottima valutazione per un terzino che è al suo primo anno tra i professionisti. Dopo Messina va alla Salernitana e trova alla guida tecnica Carlo Facchin che, visto le potenzialità del giocatore, gli cambia ruolo, da terzino di fascia lo fa giocare a stopper. Favero si adatta benissimo alle nuove disposizioni del mister, infatti, riesce a districarsi bene in entrambi i ruoli per tutto il campionato. L’anno successivo approda a Siracusa su segnalazione del nuovo mister romano Carlo Facchin.  La società aretusea era reduce da un campionato deludente, e al presidente Fichera gli subentra Claudio Cassone. L’arbitro internazionale Concetto Lo Bello si presta a dare una mano alla società azzurra, suggerendo alcuni giocatori da inserire nell’organico del Siracusa, grazie ai buoni rapporti che Lo Bello aveva con molti addetti ai lavori. La società azzurra programmerà una stagione importante, tanto che alla fine del campionato raccoglie il doppio obiettivo: vincere il campionato di Serie C2 e la Coppa Italia Semiprofessionisti. Con la riconferma del D.S. Giusto Lodi arriva come tecnico Carlo Facchin dalla Salernitana, e la prima richiesta che fa alla società per l’acquisto di un difensore è Luciano Favero classe 1957 dalla Salernitana. La campagna acquisti è condotta dall’ottimo D.S. Giusto Lodi che con oculatezza e lungimiranza compone, con mister Facchin, una squadra di alta classifica. Arriva Walter Ballarin attaccante dal Vicenza. Dal Lecce, grazie ai buoni rapporti che intercorrevano tra Concetto Lo Bello e la squadra pugliese, scendono a Siracusa il centrocampista Biasiolo, con un passato glorioso nel Milan, Ubaldo Biagetti attaccante, che ritorna dal fine prestito della Ternana, il centromediano Mario Lo Russo, e il centrocampista Giovanni De Pasquale.  Alla fine, il campionato si concluderà con la “sorpresa” del Rende di Emilio Zanotti che arriva al primo posto, e il Siracusa al secondo posto; entrambe andranno in Serie C1. Il Siracusa chiuderà il campionato con la conquista della Coppa Italia Semiprofessionisti nella finale unica svolta a Siracusa contro la Biellese con un gol all’89’ di Walter Ballarin.

Per Favero fu il primo trofeo conquistato di una lunga serie che in futuro si aggiungeranno ad altri trofei più prestigiosi con la Juventus. Una Coppa Italia Semiprofessionisti è un trofeo che Favero si porterà per sempre nel suo palmares come il primo trofeo vinto nella sua brillante carriera. Le quotazioni di Luciano Favero salgono in modo esponenziali. Nel campionato 1980-81 Favero con il Siracusa riesce a giocare soltanto due gare con una rete all’attivo, visto che nell’ottobre del 1980 va in comproprietà al Rimini in Serie B per ottantuno milioni di lire. Un campionato cadetto dove annovera molte squadre con un passato in serie A come Atalanta, Genova, Lazio, Palermo, Lecce, Verona, Sampdoria, Catania, e Milan.  Fa notizia il Milan che retrocede per la prima volta in serie B (la seconda volta fu per demeriti calcistici, in quanto nella stagione 1981-82 arrivò al terz’ultimo posto con ventiquattro punti in trenta gare) in seguito allo scandalo del calcio scommesse. Dal terzo posto in classifica viene destituito all’ultimo posto in classifica e retrocesso in Serie B. 

Nella squadra emiliana Favero realizza trentuno presenze e disputa un ottimo campionato. Nell’ottobre dell’anno successivo arriva in Serie A ad Avellino dal vulcanico presidente Antonio Sibilia, e sotto la guida tecnica del riconfermato Luis Vinicio, verrà sostituito a marzo da Claudio Tobia. Il presidente Sibilia riuscì a vincere la concorrenza del Torino che lo corteggiava da diverso tempo. Fu immensa gioia per il difensore veneto che poteva esordire in Serie A, traguardo ambito da tutti i giocatori che fin da ragazzini iniziano a giocare al calcio. Luciano Favero mette in mostra le sue doti di ottimo marcatore. Le sue qualità migliori sono l’anticipo e il colpo di testa. Tra le tante battaglie vissute in maglia biancoverde quella che rimane indelebile nella memoria di Favero è il 4-0 rifilato al Milan nel campionato 1982/83. «Era la prima di campionato ed intorno ai rossoneri c’era grande attenzione - spiega Favero - io marcavo Blisset che praticamente non toccò un pallone».

Favero gioca bene sia con marcatura a uomo, e sia con il gioco a zona. In difesa formerà con Di Somma una delle più forti coppie difensive del campionato, rendendo difficile il compito agli attaccanti avversari di segnare, anche perché in porta giocava Stefano Tacconi, molto bravo tra i pali, che di lì a poco tempo sarebbe passato nella Juventus assieme a Vignola. Favero li ritroverà più avanti quando lo acquista il club bianconero. Piano piano sembra che si stia avverando la profezia della zingara che nell’estate del 1957 aveva annunciato alla mamma Bianca incinta di Luciano.

Luciano Favero passò da una squadra come l’Avellino che ogni anno lottava per la salvezza, alla Juventus che lottava ogni anno su traguardi nazionali ed internazionali. Durante la sua permanenza nelle file della Juventus, cinque anni, ha giocato in una difesa che era composta dal blocco della Nazionale Italiana, inserendosi perfettamente con i suoi compagni, Scirea, Cabrini Tardelli, già campioni del mondo nel 1982.

Si era sempre detto che la Juventus acquistò Luciano Favero per sostituire Claudio Gentile che passava alla Fiorentina. Dopo molti anni, Favero svela a “Il pallone racconta” che lui non era destinato alla Juventus, ma doveva andare alla Lazio. «Ero a conoscenza delle trattative della Juventus – spiega Favero - per prelevarmi dall’Avellino e mandarmi alla Lazio, quale contropartita di alcuni giocatori (Lionello Manfredonia e Bruno Giordano in cambio di Briaschi e Favero più soldi); partivo per le vacanze con la consapevolezza di vestire la maglia celeste laziale. Fu proprio in vacanza che ricevetti dalla società la notizia del mutamento di programma (il passaggio dei due giocatori della Lazio non avvenne per il rifiuto di Massimo Briaschi, acquistato dalla Juventus dal Genoa per girarlo alla Lazio con Favero), la cosa mi lasciò letteralmente incredulo e la mia felicità esplose nel più vivo entusiasmo». Il passaggio dei giocatori della Lazio alla Juventus non andò in porto, e Favero prese il posto di Claudio Gentile che andò a rinforzare la difesa viola.

I primi mesi per Luciano Favero furono difficili. Si ritrovò dall’Avellino alla Juventus, una delle squadre di calcio tra le più forti e prestigiose d’Italia ed aveva il compito di inserirsi in breve tempo nel gioco con i calciatori della Juventus, veri campioni. Poi i suggerimenti di Trapattoni lo portarono ad avere un’ottima posizione tattica, affinò anche qualità tecniche nel contrasto con l’avversario. La sua determinazione e il suo impegno gli permisero di integrarsi perfettamente, e guadagnarsi un posto nella squadra titolare, diventando un punto di riferimento inamovibile per la difesa bianconera.

Luciano Favero intervistato dal Gazzettino svela al cronista i momenti più belli e meno belli durante la sua presenza nelle file della Juventus. La partita più bella giocata da Favero fu con il Napoli, appena arrivato in Serie A con la Juventus, esordi proprio al San Paolo, e gli toccò marcare Maradona.  

 «Trapattoni all’ultimo momento mi dice che ero in marcatura su Maradona – spiega Favero – Il mister mi aveva spiegato bene che bisognava non fare arrivare la palla a Diego. Forse si ricordava della volta che lui aveva fermato a Pelè. Quella volta mi riuscì a fermare Maradona, e Il giorno dopo la maggior parte dei titoli che emergevano sui giornali sportivi erano: "Favero, l’operaio-contadino, ferma Maradona».

«Con la Juventus – continua Favero – ho giocato oltre 200 partite in tre anni di fila non saltando una gara. Ho vinto tutto, ho fatto pure due gol che per me erano una rarità, uno a Udine nel 1985, l’altro a Torino contro il Pescara nel 1987. Senza dubbio la gara che mi ha dato più gioia è stata quando abbiamo vinto la Coppa Intercontinentale a Tokyo contro l’Argentinos Junior, ai rigori dopo i tempi regolamentari finiti 2-2. Era qualcosa che non mi sarei mai aspettato – chiosa Favero – il figlio di un contadino che vinceva il titolo mondiale per club».

Il giorno più brutto è senza dubbio la terribile notte dell’Heysel. «Siamo scesi in campo con un ora di ritardo – dice Favero - non sapevamo che c’erano i morti, ci avevano detto che era caduto un muro, che la folla si agitava, che era meglio incominciare a giocare per calmare gli animi. E forse è stato un bene continuare. Quella Coppa dei campioni per noi è come se non ci fosse. Ogni volta che devo parlarne sento un dolore profondo. Troppa follia». 

Dopo cinque campionati giocati con la Juventus (dal 1984 al 1989), Favero vince tutto quello che c’era da vincere per una squadra di club a livello mondiale. Nel 1989 si chiude anche la sua avventura con il club bianconero. Luciano Favero sicuramente ha lasciato una traccia indelebile nel periodo che va dal 1984 al 1989 per la conquista dei trofei juventini. Nel campionato 1985-86 la Juventus si aggiudica la 54° edizione del campionato italiano di calcio, conquistando il suo ventiduesimo titolo italiano. Nel 1984-85 la Juventus si aggiudica la Coppa dei Campioni, e nello stesso anno vince la Coppa Intercontinentale contro il Argentinos Junior. Proprio in quella gara Luciano Favero sostituì Gaetano Scirea nel ruolo di libero, poiché il capitano fu sostituito al 65’ dal debuttante Stefano Pioli. Nel 1984 vince la Supercoppa UEFA.

Vladimiro Caminiti, nato a Palermo il 31 maggio 1932, e scomparso a Torino il 5 settembre del 1993. Giornalista, scrittore e poeta italiano. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino. Uno dei più grandi giornalisti e scrittori sportivi italiani. Ha scritto per oltre trent’anni di calcio. Ha pubblicato numerosi libri sul calcio. Ha scritto su Tuttosport, collaborava con Hurrà Juventus e con il Guerin Sportivo.

«La prima intervista a Favero al campo Combi – scrive Vladimiro Caminiti -, dopo una sonora sconfitta contro l’Inter 4-0. Con mia sorpresa non trovo un Favero crucciato, deciso a chiudersi nel mutismo, anche perché gli avevo dedicato una severa pagella. Si trova invece un signor Favero che si raccontò senza paroloni in modo perfetto. Disse riassumendo che ambientarsi nella Juventus dopo essere stato in una squadra come l’Avellino non era facile, mentre era facile che avrebbe saputo farsi valere, se i critici avessero avuto pazienza. Spiegò che era soltanto un problema psicologico, ma la fiducia di Trapattoni lo rincuorava e che presto ci saremmo ricreduti. Il calcio presenta giocatori sempre più rari idilliaci, uomini semplici e rincuoranti. Lo paragono come umiltà, gioco tattico mai statico e sempre ricco di slancio, un campione dell’impegno morale a Scirea; aggiungo subito dopo Favero».

Poi Vladimiro Caminiti tocca le prime tappe di Luciano Favero tra i professionisti, in squadre della sua Sicilia; dal Messina, dove ha giocato per la prima volta in una squadra professionista, al Siracusa, e si sofferma spendendo due righe fuori dal calcio per Siracusa città di Archimede, dalla storia millenaria «Chi non è mai stato a Siracusa - chiosa Caminiti - non sa cosa può essere questa città millenaria, pupilla degli dei, città di mure bianche che d’improvviso diventano azzurre».

Lasciata la Juventus dopo tanti successi, passa al Verona in serie A dove vi trascorre le ultime due stagioni, prima di lasciare il calcio che conta. Il primo anno Favero gioca con il Verona di Bagnoli in Serie A. Alla fine del campionato il Verona retrocede in Serie B classificandosi al terzultimo posto con venticinque punti. La clamorosa vittoria per 2 -1 alla penultima giornata sul Milan non gli è utile agli scaligeri per salvarsi dalla retrocessione in serie cadetta, ma “strappa” lo scudetto ai rossoneri di Arrigo Sacchi per consegnarlo al Napoli. Per il Milan il Bentegodi diventa “La fatal Verona”, battezzata così dopo la seconda sconfitta che costò il tricolore al Milan. La prima volta nel 1973 con alla guida tecnica Nereo Rocco in una situazione quasi simile; bastava una vittoria per vincere il tricolore. Arrivò invece una sorprendente vittoria dell’Hellas Verona per 5 a 3.

Il giornalista Alec Cordolcini lo intervista per “Indiscreto sport & libertà” nel luglio del 2007. Luciano Favero, chiude con il calcio ad alti livelli, e fa ritorno dove tutto aveva avuto inizio, alle sue origini, nella sua terra, in compagnia dei pochi amici, quelli veri che rimangono per sempre. Luciano Favero chiude la carriera calcistica nel 1995-96 con la Miranese in serie D, collezionando centoquattro presenze.

Per Favero è difficile appendere le scarpette al chiodo, e continua a giocare su un campetto a cinque del centro sportivo Hakuna, al termine dell’allenamento con la sua squadra, il Blue Gate concede l’intervista.  Baffi ingrigiti, fisico da cinquantenne robusto ma in buona forma, discreta disponibilità ad aprire il libro dei ricordi. «Nessuna domanda sulle donne - mi ammoniscono i compagni di squadra - non ne ha mai parlato nemmeno con noi». Salvo che non si tratti della Vecchia Signora. «Gioco ancora e va­do in campo tutti i fine settima­na – si legge sul Corriere dello Sport - Da quando ho smesso con i professionisti a Verona ho giocato nei dilettanti, prima ad alti livelli, poi sempre più giù, nei gironi infernali: ora sono tra gli amatori».

L’inizio di una leggera artrosi, poi un’operazione all’anca lo mette inevitabilmente al bivio: operarsi e continuare a divertirsi, oppure smettere. Dopo una sofferta decisione, preferisce di abbandonare in modo definitivo e fare il pensionato, dedicandosi al giardinaggio. Solo con il tempo ha superato tante vicissitudini con grandi sacrifici, grazie al suo carattere tosto e caparbio da umile contadino veneto. Quando ha dovuto ripartire da zero è ritornato a fare i lavori umili che faceva prima di iniziare nel calcio. Ha fatto il muratore, poiché era abituato a quel tipo di lavoro sin da piccolo. Anche il caddie, termine inglese, nel golf (ha il compito di portare i bastoni dei giocatori in una apposita custodia e di seguire la traiettoria della pallina per vedere dove cade), anche se di breve durata. Nella vita privata la fortuna gli voltato le spalle. I primi problemi dal punto di vista finanziario nascono con l’apertura di un’auto rivendita a Pordenone con un conoscente, ma non gli va bene. Dopo poco tempo chiude per fallimento, la perdita raggiunge una somma ragguardevole, praticamente tutti i risparmi di una carriera, circa un miliardo di vecchie lire.

Luciano Favero non gli è mai balenata l’idea di rientrare nel calcio, né come allenatore, e neppure dietro una scrivania, perché dice: «Non sono tagliato né per fare l’allenatore e neppure il dirigente - enuncia Favero - sono uno timido. Per restare in certi ambienti del calcio ci vuole carattere, io sono un tipo alla buona, nel senso che se dovessi fare il mister farei fare tutto, sono un tipo buono. Se non avesse fatto il calciatore, probabilmente l’operaio, mio paese c’erano officine metalmeccaniche».