Oltre cinquecento partite giocate tra i professionisti, una vita spesa per il calcio che ancora oggi è la sua passione più grande. Parliamo di Roberto Carannante, allenatore che in questo avvio di stagione non ha trovato il progetto adatto dal quale ripartire dopo l'ultima avventura, quella alla guida del Portici, conclusasi lo scorso giugno. L'ex tecnico, tra le altre, di Campobasso, Gladiator, Turris, Giugliano e Savoia, si è concesso alle domande della nostra redazione.
Mister, prima di tutto cosa stai facendo in questo periodo?
«Per il momento sono in attesa di un nuovo progetto. Quest'estate ho rifiutato qualche proposta ricevuta, diciamo che non è arrivata la chiamata giusta per me».
Sui tuoi canali social, parli sempre di meritocrazia nello sport e di educazione genitoriale che non è oggi quella di una volta. Pensi che siano fattori che stanno contribuendo a demolire il nostro movimento calcistico incapace di produrre talenti?
«Secondo me sì. È brutto dirlo ma ai tempi miei quando un bambino prendeva a scuola un vuoto negativo, oppure giocava a calcio ed il mister lo teneva in panchina, i nostri genitori non attribuivano responsabilità all'insegnante o all'allenatore: la responsabilità era la nostra. Dovevamo impegnarci di più. Temo tutto questo si sia perso, i ragazzi dell'epoca dovevano cavarsela da soli, oggi questo non esiste più. C'è sempre un alibi: se non giochi bene a calcio, è colpa dell'allenatore; i bambini cambiano scuole calcio con una facilità estrema, attratti anche dalle bugie di chi riserva loro solo complimenti facendogli intravedere un futuro roseo laddove, invece, dovrebbero indicare ai ragazzi le lacune sulle quali lavorare. Credo che questo stia mancando. Inoltre, non si gioca più per strada, la strada era la scuola calcio più importante di tutte. Lì chi era bravo giocava, chi non lo era o portava il pallone oppure andava in porta, sto estremizzando ovviamente. C'era più consapevolezza di dover soffrire, di dover fare i sacrifici per arrivare. Oggi no, e questo vale in tutti i settori e non solo per i piccoli».
Pensi che oggi un allenatore sia obbligato ad accettare compromessi pur di esercitare il proprio lavoro?
«Ognuno di noi deve essere se stesso. Forse è per questo che ora non sto lavorando. Chi pensa di prendere me e far giocare il figlio di, il fratelli di, il cugino di, il nipote di... oppure lo sponsor allora è meglio che non mi chiami proprio. Chi mi prende mi conosce e sa come la penso. Io non dico che le mie idee sono giuste, però sicuramente sono leale e giusto con tutti i calciatori. Se devo essere duro lo sono col grande e col piccolo ma mai lo sono per favorire qualcuno. Non esiste, non fa parte del mio credo. E forse per questo che poi i miei ragazzi mi vogliono bene».
Passando a questioni di campo: c'è qualche squadra che hai avuto modo di apprezzare in questa prima parte di stagione dai professionisti ai dilettanti?
«A me piace moltissimo in serie A il Como. Mi piace proprio tanto. Fabregas sta lavorando con giovani e, soprattutto, con gente brava. Io credo che la distinzione non sia tra giovane ed esperti, tra under ed over, ma tra calciatori bravi e calciatori meno bravi. Fabregas ha calciatori bravi e, quindi, la sua idea, i suoi principi, riesce ad inculcarli perché in campo si vede. Penso sia anche divertente lavorare con persone che ti seguono e riesci a fare determinate cose che vuoi fare. Mi piace, inutile dirlo, il Marsiglia di Roberto De Zerbi così come apprezzo il Porto di Farioli. Queste squadre che hanno un'identità di gioco, che hanno voglia di fare le partite ed essere protagoniste. Poi, nel bene e nel male il calcio non è mai una scienza esatta».
De Zerbi e Farioli sono dovuti andare all'estero però per essere riconosciuti ed allenare squadre importanti...
«Questo anche perché in Italia si bada molto, o troppo spesso, all'uovo subito. I presidenti non guardano molto al progetto. Si discute di programmazione triennale e poi dopo un mese se non arrivano i risultati il tecnico viene messo alla porta. Il Como, invece, sta lavorando in maniera diversa anche sotto questo punto di vista. C'è progettualità e la si porta avanti a dispetto dei risultati immediati. E se continua così, sono convinto che tra due o tre anni il Como sarà una squadra forte veramente. Se hanno la forza di aspettare i giovani oggi, tra qualche anno avranno dei calciatori veramente importanti».
Peccato che nel Como ci siano pochissimi italiani.
«Vero. Ci sono tanti spagnoli ad esempio. E questo perché? Perchè nei settori giovanili in Spagna si lavora in un certo modo. In Italia si lavora diversamente...».
Autore: Redazione NotiziarioCalcio.com / Twitter: @NotiziarioC
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