Dopo l'ultima stagione divisa tra Club Milano e Sanremese, l'allenatore lombardo Manuel Scalise, classe 1981, si ritrova momentaneamente senza panchina. Tecnicamente preparato e con diverse esperienze significative in Serie D – dove ha guidato, tra le altre, Caronnese e Castellanzese – Scalise ha anche avuto modo di misurarsi con una breve parentesi in Serie C alla guida del Piacenza.
In un momento di pausa forzata, la redazione di Notiziariocalcio.com ha contattato il tecnico per fare il punto sulla sua carriera recente, sulle sue osservazioni sul panorama calcistico attuale, e per raccogliere il suo parere sull'annosa questione della riforma dei campionati minori e della valorizzazione dei giovani talenti.
Mesi particolari e occasioni sfumate
«Sono stati mesi particolari. Dopo la stagione dello scorso anno a Sanremo, eravamo stati confermati fino a metà luglio, alla luce del lavoro svolto, anche se inizialmente gli obiettivi stagionali erano diversi. Il mercato invernale aveva cambiato moltissimo la rosa, eravamo rimasti con un solo attaccante (D'Antoni, finito in doppia cifra), eeppure siamo riusciti a salvarci a quattro giornate dalla fine, mantenendo una media di 1.80 punti a partita e valorizzando un giovane di prospettiva come il 2008 Alessandro Burlandi, che ora è al Venezia. C'è grande dispiacere perché a metà luglio ci è stato comunicato il cambio di programma, a causa del mutamento societario del club. Da lì in poi ci sono stati diversi contatti: ho parlato con un direttore sportivo di Serie C, con un direttore generale che sarebbe dovuto entrare in un top club di Eccellenza, e varie altre chiacchiere che, un po' per me e un po' per circostanze esterne, non si sono concretizzate».
Le squadre di Serie D che hanno colpito il mister
«Finora ho visionato sia il girone A che il girone B di Serie D. Inoltre, mi concentro molto sui campionati del settore giovanile, come Primavera e Under 18, perché sono i tornei da cui poi attingere per gli Under obbligatori in Serie D. Quali squadre mi hanno colpito? Nel girone A spicca per solidità e numeri il Vado, che sta letteralmente ammazzando il campionato; nel girone B mi è piaciuta tanto la Folgore Caratese per la qualità del gioco espresso».
Il ricordo di Castellanza e le riflessioni sulla categoria
«Castellanzese è un ambiente particolare, c'è la famiglia Affetti che è una famiglia perbene, non fa mancare nulla e si può lavorare in modo sereno. Quest'anno vedo una squadra ben allestita, ma se vado a ritroso, il mio rapporto con il direttore sportivo ha cominciato a deteriorarsi da gennaio in poi, nonostante nel girone di ritorno avessimo raggiunto una media di 1.50 punti a partita. Lasciai con la squadra salva, in seguito ha concluso quart'ultima, salvandosi ai playout. Poi vedo che giocatori come Sassaro e Reggiori giocano in Serie C alla Pro Patria... Questo fa nascere dei dubbi su ciò che accade nel panorama calcistico. Anche in questi mesi rivedo calciatori che ho allenato, come Collocolo in Serie A, Dipinto che gioca nell'Altamura, altri giovani che avevo al Piacenza in Serie C e D... A volte non riesco a capire che valore si dà a un allenatore o a una squadra che gioca in Serie D, un campionato in cui vince e sale soltanto una squadra».
L'esperienza al Club Milano: un ritorno difficile
«Faccio fatica a parlarne, è stata una scelta sbagliata da parte mia perché avevo già chiuso per allenare una Primavera professionistica. La società mi aveva richiamato dopo anni, c'erano tante aspettative. Anche lì i miei numeri erano significativi: 11 punti nelle prime 7 gare. Poi, tre infortuni al legamento crociato su tre calciatori, eppure mi si chiedeva di più. Forse è stato un errore tornare nel posto dove si era già fatto bene: spesso i "cavalli di ritorno" non funzionano. Ho ritrovato una società molto diversa da quella che avevo lasciato anni prima. Adesso vedo che la squadra sta facendo fatica, e molto probabilmente ora hanno più pazienza; con me si pretendeva qualcosa di più, ma non credo che il lavoro fosse tutto da buttare via...».
Il parere sulla riforma della Serie D
«Si parla tanto di riforme, però viene chiesto molto poco alla parte davvero importante: quella di calciatori, direttori sportivi e presidenti. Personalmente, un format a otto gironi con una sola squadra che sale tramite i playoff mi sembra una cosa complicata. Ogni anno riduciamo le squadre; io credo invece che in queste categorie bisogna innanzitutto formare i giovani. Darei contributi economici alle squadre che fanno emergere giovani dai propri settori giovanili e, una volta che li si fa giocare, premiare chi li cede a club professionistici. Abbiamo già ridotto gli under da quattro a tre, ma non mi sembra che il risultato sia migliore. Tante squadre si salvano presto, i campionati diventano poco appetibili, con gare seguite da pochissimi addetti ai lavori. I giovani interessanti che giocano, con il passaparola, vengono sempre visionati, ma altrimenti si fa fatica a vedere addetti ai lavori in Serie D».
Autore: Redazione Notiziario del Calcio / Twitter: @NotiziarioC
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